La nutrizione nella malattia di Parkinson. La disfagia è una delle complicanze più frequenti della malattia di Parkinson e rappresenta un importante fattore di rischio per malnutrizione, sarcopenia e riduzione della qualità di vita. Partendo da questa evidenza, i ricercatori dell'Università di Genova hanno valutato gli effetti del programma nutrizionale Weancare Domus in un paziente con Parkinson e disfagia.
Il protocollo di intervento. Per sei mesi il paziente ha seguito un'alimentazione a consistenza modificata, nutrizionalmente completa e ad elevata densità energetico-proteica, con monitoraggio dello stato nutrizionale, della composizione corporea e dei sintomi non motori della malattia.
Le conclusioni. Sebbene si tratti di un singolo caso clinico, lo studio evidenzia come una nutrizione personalizzata possa rappresentare un valido supporto terapeutico nella gestione della malattia di Parkinson, contribuendo non solo a migliorare lo stato nutrizionale, ma anche i sintomi non motori, l'autonomia e la qualità di vita della persona.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Geriatrics, analizza le attitudini degli operatori sanitari verso la nutrizione degli anziani nelle case di riposo italiane.
Il successo degli interventi nutrizionali dipende fortemente dalle conoscenze e dalle attitudini degli operatori sanitari.
1.789 operatori sanitari in 41 strutture del Nord Italia attraverso il questionario validato SANN-G (Staff Attitudes to Nutritional Nursing Geriatric care scale), che misura le attitudini su cinque dimensioni: norme nutrizionali, abitudini, valutazione, intervento e personalizzazione.
Le domande erano incentrate su:
Un solo pasto/die – Luogo pasto – Formazione operatore/Competenze specifiche – Quantità cibo
Domande sulle preferenze - Individualizzazione pasto – Autonomia pasto
Controllo peso – Valutazione stato nutrizionale – Denutrizione – Diete ipocaloriche
Valore nutritivo cibo – Utilizzo bevande energetiche
L’educazione sulla malnutrizione è fondamentale per migliorare l’approccio nutrizionale negli anziani. Tuttavia, la bassa percentuale di atteggiamenti positivi evidenzia la necessità di programmi formativi più diffusi per migliorare la qualità dell’assistenza nutrizionale nelle case di riposo.

La gestione della disfagia nelle RSA rappresenta una sfida non solo clinica, ma anche organizzativa ed economica. La preparazione manuale delle diete a consistenza modificata richiede tempo, personale dedicato e, spesso, l'impiego di supplementi nutrizionali per compensare la ridotta densità energetica delle preparazioni tradizionali. Per questo motivo, i ricercatori hanno voluto valutare se un protocollo nutrizionale standardizzato potesse migliorare contemporaneamente gli outcome clinici e l'efficienza gestionale delle strutture.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Nutrients, è dunque una ricerca strategica che esamina le conseguenze a breve e lungo termine dell'utilizzo di una tecnologia sanitaria.
L'obiettivo dell'HTA è di aiutare a prendere decisioni, fornendo informazioni circa l'impatto di tale tecnologia sull'intero processo.
Gli HTA si concentrano su evidenze relative:

Assolutamente positivo, maggior sicurezza:
I costi eliminabili sono superiori al costo di introduzione dell’alimentazione Dysphameal.
Organolettiche gradite e migliori condizioni cliniche migliorano la qualità di vita del paziente e la qualità percepita del servizio da parte del caregiver: conferma ulteriore dati dello studio WEANCARE pubblicato nel 2021.
↑ Miglioramento BIA (idratazione e PA)
↑ Albumina e linfociti (40%)
↓ Colesterolo (70% dei partecipanti)
↓ Necessità di assistenza per imbocco
↓ Clisteri/mese: da 1.25 a 0.43 (−66%)
↑ Consumo pasti: oltre 80% delle porzioni consumate spontaneamente


↓ Integratori orali (media/pz):
↓ Costi totali giornalieri/paziente:
↑ Risparmio annuo/paziente: €1869,06

La sicurezza della deglutizione rappresenta uno degli obiettivi principali nella gestione della disfagia, ma da sola non è sufficiente. Affinché un intervento nutrizionale sia realmente efficace, gli alimenti devono essere non solo sicuri, ma anche gradevoli dal punto di vista sensoriale, così da favorire il consumo del pasto e ridurre il rischio di malnutrizione.
Con questo obiettivo, un gruppo di ricercatori dell'Università di Genova ha valutato accettabilità, palatabilità e sicurezza di una linea di alimenti a consistenza modificata attraverso un'analisi sensoriale condotta su un kit completo di preparazioni comprendente colazione, primo, secondo, contorno, dessert e addensante. Lo studio ha preso in esame aspetti visivi, olfattivi, gustativi e le caratteristiche reologiche degli alimenti, utilizzando uno strumento validato per la valutazione sensoriale delle diete modificate.
I risultati hanno evidenziato un'elevata qualità sensoriale delle preparazioni. Tutti i pasti hanno ottenuto punteggi elevati nell'esame visivo e olfattivo, risultando invitanti già alla presentazione. Le caratteristiche organolettiche, quali aroma, sapidità, consistenza e persistenza del gusto, sono state giudicate positivamente, mentre non è stata rilevata la presenza di grumi, elemento fondamentale per garantire la sicurezza della deglutizione. Anche il consumo dei pasti è risultato elevato, con una media di 3,8 quarti della porzione consumata per tutte le preparazioni valutate.
Gli autori concludono che gli alimenti analizzati soddisfano i requisiti di accettabilità, palatabilità e sicurezza, sottolineando come la qualità sensoriale rappresenti un elemento determinante per migliorare l'aderenza al trattamento nutrizionale nella persona con disfagia. Una dieta modificata che conserva gusto, aroma e gradevolezza può infatti contribuire ad aumentare il consumo reale del pasto e, di conseguenza, a sostenere un migliore stato nutrizionale.


La ricerca è stata condotta dal Prof. Gianluca Giuberti e dalla Prof.ssa Mariasole Cervini del DiSTAS dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.
Che cosa si intende per viscosità? La viscosità e il fattore di frizione descrivono la scorrevolezza e l'attrito dell'alimento durante la deglutizione orale ed esofagea. Questi parametri sono essenziali per valutare idoneità e sicurezza dei prodotti alimentari destinati alle persone con disfagia.
Una deglutizione fluida riduce drasticamente il rischio di aspirazione e garantisce un'assunzione completa delle componenti nutrizionali.
Lo studio sulle caratteristiche del prodotto ha messo a confronto una colazione Dysphameal e una colazione di un competitor. La colazione Dysphameal risulta avere fattore di frizione e viscosità complessivamente più bassi. Questo si traduce in una deglutizione più agevole, confortevole e sicura in caso di disfagia.

Lo scopo della ricerca condotta dal Prof. Gianluca Giuberti e dalla Prof.ssa Mariasole Cervini del DiSTAS dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza è stato quello di confrontare la digeribilità proteica in vitro (IVPD) di due giornate alimentari (colazione, pranzo, merenda, cena e mousse di frutta): una sviluppata da Harg e l’altra da un competitor, al fine di valutare l’efficienza della bioaccessibilità delle proteine fornite da ciascuna formulazione.
Ma che cos'è la bioaccessibilità proteica? Rappresenta la quota di nutrienti resa disponibile per l'assorbimento intestinale, ovvero la quantità di proteine che l'organismo riesce effettivamente a utilizzare.

La digeribilità in vitro (IVPD), valutata tramite il protocollo internazionale INFOGEST, simula la digestione umana riproducendone le principali fasi fisiologiche:
I risultati hanno mostrato che la giornata alimentare Dysphameal garantisce una migliore digeribilità proteica in vitro, rispetto a quella del competitor (+30% di proteine disponibili all'assorbimento).

La disfagia rappresenta una delle principali criticità cliniche nella popolazione anziana residente in RSA, poiché aumenta il rischio di malnutrizione, perdita di peso e declino funzionale. In questo contesto, la nutrizione assume un ruolo centrale nel percorso assistenziale e richiede strategie personalizzate, la cui efficacia deve essere valutata attraverso il monitoraggio degli outcome clinici.
Con questo obiettivo è stato realizzato un monitoraggio della durata di sei mesi, in collaborazione con il DISSAL dell'Università di Genova e la Fondazione Casa di Dio ETS di Brescia, volto a valutare gli effetti di un protocollo nutrizionale dedicato in una popolazione di ospiti disfagici residenti in RSA e presentato in occasione del 40° Congresso Nazionale SIGOT 2026.

L’osservazione, dal titolo: Impact of a Personalized Nutritional Intervention on Clinical Outcomes in Frail Dysphagic Nursing Homes Residents: A 6-Month Study, ha coinvolto complessivamente 66 ospiti disfagici.
Di questi, 52 pazienti hanno completato il Protocollo Weancare (Protocol Completer), un percorso nutrizionale personalizzato basato sull’impiego di soluzioni nutrizionali innovative Dysphameal, mentre 14 ospiti, pur continuando il monitoraggio clinico previsto dalla struttura, non hanno aderito al protocollo e sono stati osservati come gruppo di confronto (Drop Out).
L’obiettivo dell’osservazione non era limitato alla valutazione del solo stato nutrizionale, ma comprendeva l’analisi di diversi indicatori clinici correlati alla fragilità della popolazione anziana.
Tra gli aspetti emersi con maggiore evidenza vi è il progressivo miglioramento dello stato nutrizionale nei soggetti aderenti al protocollo.
Nel corso dei sei mesi il peso corporeo medio è aumentato da 51,6 kg a 53,8 kg, mentre il Body Mass Index (BMI) è passato da 20,18 a 20,91, evidenziando un recupero ponderale costante.
Nel gruppo di confronto, al contrario, sia il peso corporeo sia il BMI hanno mostrato un andamento progressivamente decrescente durante il periodo di osservazione.
Considerando che la perdita di peso rappresenta uno dei principali fattori prognostici negativi nella popolazione anziana fragile, il mantenimento o il recupero dello stato nutrizionale assume un'importanza clinica rilevante, contribuendo al mantenimento della funzionalità e della qualità di vita.

Lo stato nutrizionale influenza direttamente la salute dei tessuti, la capacità di guarigione e il rischio di sviluppare lesioni da pressione.
Nel gruppo che ha seguito il Protocollo Weancare, la percentuale di ospiti con lesioni da pressione si è progressivamente ridotta, passando dal 23% al 2% nell'arco dei sei mesi.
Nel gruppo non aderente al protocollo, invece, la prevalenza delle lesioni è aumentata dal 22% al 43%, mostrando un'evoluzione di segno opposto rispetto ai pazienti sottoposti al percorso nutrizionale.

L’osservazione ha inoltre preso in esame alcuni parametri ematici comunemente utilizzati nella valutazione dello stato nutrizionale e metabolico.
Nel gruppo aderente al protocollo, i valori di albuminemia sono rimasti sostanzialmente stabili durante tutto il periodo di monitoraggio (da 3,14 a 3,16 g/dl), mentre nel gruppo di confronto si è osservata una riduzione fino a 2,69 g/dl.
Analogo andamento è stato rilevato per la conta linfocitaria, risultata stabile dopo un iniziale incremento nei soggetti aderenti al protocollo, mentre ha evidenziato un progressivo decremento nel gruppo non aderente.

Tra i risultati emersi, uno degli aspetti di maggiore interesse riguarda la gestione della supplementazione nutrizionale orale.
Nel gruppo che ha seguito il Protocollo Weancare, gli outcome osservati sono stati ottenuti sospendendo completamente gli integratori nutrizionali orali. Parallelamente, il gruppo non aderente ha proseguito la supplementazione tradizionale, mostrando tuttavia un andamento meno favorevole degli indicatori clinici monitorati.
Si tratta di un'osservazione che merita attenzione e ulteriori approfondimenti, poiché suggerisce come una gestione nutrizionale strutturata e personalizzata possa contribuire al mantenimento dello stato nutrizionale e di alcuni outcome clinici anche in assenza di supplementazione orale aggiuntiva, laddove clinicamente appropriato.
La gestione della disfagia richiede un approccio multidisciplinare nel quale la nutrizione rappresenta un elemento integrante del percorso di cura. Oltre all'adeguamento delle consistenze alimentari, assume crescente rilevanza la qualità nutrizionale dell'intera giornata alimentare e la capacità di rispondere ai fabbisogni della persona anziana fragile.
Il monitoraggio condotto conferma l'importanza di affiancare alla pratica assistenziale una costante valutazione degli outcome clinici, favorendo l'adozione di percorsi nutrizionali sempre più personalizzati e basati sull'osservazione dei risultati.
Sebbene siano necessari ulteriori studi per consolidare le evidenze disponibili, i dati raccolti in questa esperienza indicano come un intervento nutrizionale strutturato possa rappresentare un valido supporto nella presa in carico della persona con disfagia, contribuendo al mantenimento dello stato nutrizionale e al miglioramento di diversi indicatori clinici rilevanti.
In occasione del SINUC 2023 è stato presentato il Poster del progetto Weancare a supporto delle diete a texture modificata per i soggetti fragili affetti da disfagia.

La disfagia e la malnutrizione compromettono profondamente la qualità di vita delle persone anziane, aumentando la dipendenza assistenziale e il rischio di complicanze cliniche. Partendo da queste evidenze, il gruppo di ricerca dell'Università di Genova ha condotto una seconda analisi dello studio WeanCare, con l'obiettivo di valutare come un intervento nutrizionale personalizzato possa influenzare gli outcome funzionali e il benessere complessivo dei pazienti.
Lo studio ha coinvolto 120 anziani residenti in RSA, con un'età media di 88 anni, sottoposti per almeno sei mesi a un programma alimentare costituito da pasti a consistenza modificata, formulati per garantire un adeguato apporto di energia e proteine secondo i fabbisogni raccomandati dai LARN. Gli autori hanno valutato, prima e dopo l'intervento, parametri quali autonomia durante il pasto, regolarità dell'alimentazione, partecipazione alle attività sociali e necessità di clisteri.
Al termine del percorso nutrizionale sono stati osservati miglioramenti significativi. Il numero di pazienti che necessitavano di essere imboccati si è ridotto dal 65,8% al 53,8%, mentre è aumentata la partecipazione alle attività di socializzazione, passata dal 40,8% al 54,7%. Parallelamente, il ricorso ai clisteri si è più che dimezzato, passando da una media di 3,62 a 1,65 al mese per paziente.
Secondo gli autori, questi risultati dimostrano come un'alimentazione adeguatamente formulata, ricca di energia, proteine e con un corretto apporto di idratazione, non migliori soltanto gli aspetti nutrizionali della persona con disfagia, ma favorisca anche una maggiore autonomia, una migliore partecipazione alla vita sociale e, più in generale, un significativo miglioramento della qualità di vita.
La malnutrizione rappresenta una delle principali criticità nelle residenze per anziani, soprattutto nei pazienti con disfagia, che necessitano frequentemente di assistenza durante il pasto e presentano un elevato rischio di complicanze cliniche. Oltre a compromettere la qualità di vita della persona, questa condizione determina un importante incremento del carico assistenziale per il personale sanitario e dei costi di gestione delle strutture.
Per valutare l'impatto di un approccio nutrizionale personalizzato, ricercatori dell'Università di Genova hanno sviluppato uno studio, multicentrico condotto in 12 RSA, coinvolgendo 72 pazienti anziani disfagici seguiti per sei mesi attraverso il protocollo nutrizionale WeanCare di Harg, basato su alimenti a consistenza modificata, nutrizionalmente bilanciati e personalizzati secondo il livello di disfagia.
Al termine dell'intervento sono emersi miglioramenti significativi dello stato nutrizionale e clinico. La conta linfocitaria è aumentata in modo significativo, indicando una maggiore stabilità delle condizioni generali, mentre i livelli di albumina sono migliorati e tutte le lesioni da pressione presenti si sono risolte entro tre mesi dall'inizio del protocollo. Il peso corporeo è rimasto stabile, con un incremento medio di circa 1,6 kg, senza effetti indesiderati.
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda però l'impatto sull'organizzazione assistenziale. Grazie al miglioramento dell'alimentazione e dell'idratazione, il numero medio di clisteri si è ridotto da 3,51 a 1,11 al mese per paziente, con una diminuzione del tempo assistenziale dedicato a questa attività da circa 53 a 17 minuti al mese per paziente. Parallelamente, 13 pazienti (18%) hanno acquisito autonomia durante il pasto, eliminando la necessità di essere imboccati e consentendo un risparmio stimato di circa 20 ore di lavoro infermieristico al mese.
Anche la qualità di vita dei residenti è risultata migliorata. Più pazienti hanno iniziato a consumare regolarmente l'intero pasto, le difficoltà durante l'alimentazione si sono ridotte significativamente e 15 persone hanno ripreso a partecipare alle attività di socializzazione, diminuendo la necessità di sorveglianza individuale durante i pasti.
Gli autori concludono che una nutrizione personalizzata, appetibile e adeguata dal punto di vista energetico e proteico non rappresenta soltanto un intervento clinico, ma anche uno strumento di gestione organizzativa. Migliorando l'autonomia del paziente e riducendo le complicanze correlate alla malnutrizione, è possibile diminuire il carico di lavoro del personale sanitario, ottimizzare l'utilizzo delle risorse e contenere i costi assistenziali, mantenendo al centro la qualità di vita della persona.